DON ORESTE BENZI

Don Oreste nasce il 7 settembre del 1925a San Clemente, un paesino a 20 chilometri da Rimini, sesto di 9 figli in una povera famiglia di operai. Il padre era una persona molto buona con un grande sentimento per Dio maturato soprattutto dopo l'entrata del figlio in seminario (11 anni), ed un elevato senso morale: a volte consumava poco cibo al lavoro per riportarlo dai suoi la sera.
La madre, Rosa Silvagni, era invece una donna piena di fede e svolgeva il lavoro di casalinga esigendo la collaborazione da tutti i figli. "Mia madre ci ha insegnato a pregare: la domenica mattina si alzava presto per andare a Messa. Era una donna instancabile, cantava sempre e non si scoraggiava mai"

Oreste viene ordinato sacerdote il 29 giugno del 1949, diventa cappellano della parrocchia di San Nicolò a Rimini e, inizia ad insegnare in seminario, seguendo la direzione spirituale di quei ragazzi che vanno dai 12 ai 17 anni, periodo che considera chiave nello sviluppo della personalità.

Autorizzato dal vescovo Biancheri nel 1958, parte per gli Stati Uniti in cerca di fondi per costruire una Casa di vacanze ad Alba di Canazei. Incantato dal paesaggio stupendo delle Dolomiti porta anche i disabili, "chiusi" nelle famiglie e negli istituti sotto la guida di Don Elio Piccari e con l'aiuto di alcuni giovani.
Lo stesso anno avvia assieme ad altri sacerdoti, nella periferia di Rimini, la parrocchia La Resurrezione, di cui sarà parroco per 32 anni, dandole una impostazione comunitaria e partecipativa, con una attenzione particolare alle persone fragili ed emarginate.

Costituisce l'Associazione per la Formazione Religiosa degli Adolescenti e di una prima casa famiglia entrambi intitolate a Papa Giovanni XXIII. Qui le figure responsabili diventano "papà e mamma, fratello e sorella", 24 ore su 24, di chi per un periodo o per sempre ha bisogno di una famiglia: dal bambino all'anziano, dalla persona sana a chi ha difficoltà sul piano fisico o psichico o proviene da situazioni di disagio ed emarginazione. Oggi sono 252 le case famiglia della Comunità nel mondo.

Nel 1977 inizia la pubblicazione di Sempre, mensile della Comunità Papa Giovanni XXIII. L'obiettivo dichiarato è essere "voce di chi non ha voce", cioè degli emarginati, degl' ultimi, denunciando le ingiustizie ma anche facendo conoscere quel mondo nuovo che si può sviluppare. Negli anni successivi inizierà a collaborare con varie testate giornalistiche e sarà ospite di trasmissioni televisive, mentre dagli anni '90 si dedicherà alla pubblicazione di numerosi libri con diverse case editrici. Nel 2001 avvierà anche la testata bimestrale Pane Quotidiano, che in pochi anni raggiungerà le 40 mila copie, commentando personalmente le letture proposte dalla liturgia del giorno.

Tra gli obiettivi prioritari di don Oreste emerge quello di «chiudere gli istituti e aprire le famiglie» all'affido familiare di minori. Grazie all'impegno della sua comunità e di altre associazioni si sviluppa un movimento nazionale che promuove l'affido familiare attraverso la legge 184 del 1983 e porta al progressivo svuotamento degli istituti, sancito dalla legge 149 del 2001.

Nel 1983 inizia l'attività a fianco dei tossicodipendenti che ha portato alla nascita delle attuali 33 comunità terapeutiche operative in Italia, Croazia, Albania, Argentina, Cile, Bolivia e Brasile.

Il 24 maggio dell'86 inaugura a Ndola, in Zambia, la "Holy family home for children": è la prima casa famiglia in terra di missione. Da allora si moltiplicano i suoi viaggi all'estero per avviare nuove strutture e attività in missione, o per visitare quelle già attive, che si trovano attualmente in 40 Paesi del mondo.

Don Oreste da tempo aveva intuito che «ci sono poveri che non verranno mai a cercarci, quelli li dobbiamo cercare noi». Dalla presenza tra i senza fissa dimora raccolti per strada e alla stazione nasce la prima Capanna di Betlemme, una struttura di accoglienza per rispondere alle emergenze, oggi presente in varie regioni d'Italia. Lui stesso, negli ultimi due mesi di vita, andrà a vivere alla Capanna di Rimini assieme ai più poveri ed emarginati.

Negli ultimi anni lo si incontrava di notte, sulle strade italiane della prostituzione. La lunga tonaca scura e il rosario in mano. "Do you love Jesus?", chiedeva alle ragazze, con il sorriso aperto e una gioia contaminante.
In molte scoppiavano in lacrime "Yes, I love him...". Riusciva a farle sentire donne, dignitose, pulite. Ha cambiato il destino di molte persone. Contemporaneamente si sviluppa anche il suo impegno nelle carceri, convinto com'è che «l'uomo non è il suo errore» e che il carcerato sia «un bene imprigionato che va liberato».

Da sempre attento a riconoscere la vita fin dal suo inizio nel grembo materno, il 26 marzo del '99 dà inizio a un gruppo di preghiera davanti alle cliniche che praticano gli aborti, per affidare a Dio le creature innocenti e invocare la conversione di chi avrebbe il dovere di aiutare la vita anziché provocare la morte.

Il 2 novembre del 2007, nella notte tra la Commemorazione dei santi e quella dei defunti, don Oreste conclude la sua vita terrena. Nel commento alla prima lettura liturgica di quello stesso giorno sul bimestrale Pane Quotidiano che lui stesso curava, si legge una frase che colpisce per il suo contenuto profetico: 

«Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all'infinito di Dio»

A CURA DI

"Ascolta la voce dei tuoi sogni, se son vestiti d'amore è Cristo nel cuore!"

Giusy Aquilino

Direttrice

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